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C’era una volta il vino “emigrante”
Qui nel Salento, dove oggi si producono vini di eccellenza apprezzati in tutto il mondo, si faceva una volta un vino rosso robusto e vigoroso molto richiesto dai mercati del Nord, in Italia e in Europa: esso serviva a dar forza e a ‘insanguare’ altri vini più deboli che si producevano in zone pur già famose per la qualità della loro produzione.
Per la sua funzione adatta a tagliare, rinforzandoli di colore e di tannini, vini più deboli, i rossi salentini di quegli anni erano riconosciuti come “vini da taglio”.
I mercati del Nord avevano cominciato a richiederne in quantità già dalla fine dell’Ottocento; e per produrre tanto vino da riempire tanti vagoni sempre pronti a partire sui binari, si impiantarono ancora altri vigneti in questa terra che si mostrava vocata alla coltura della vigna, grazie al suo sole e alla sua privilegiata posizione tra due mari.
E sorsero anche, nel corso della prima metà del ’900, stabilimenti come questo, di tipo quasi industriale, dove i mosti, prima di partire, venivano messi a fermentare in vasche di cemento. Per il Salento fu una “rivoluzione” anche dal punto di vista dell’architettura del vino e stabilimenti come questo sorsero numerosi alle periferie dei paesi ad economia agricola, spesso a ridosso dei binari.
Essi sostituirono i vecchi palmenti in pietra, dove si era sempre prodotto vino per il consumo familiare.







